Amarcord – THE SMITHS “The world won’t listen” (1986)

– di Maurizio Melani –

Disco simbolo di una delle band culto degli anni ’80 tra critica sociale, incomunicabilità, pessimismo cosmico e quell’odio mai nascosto per la discomusic…

Amarcord torna a celebrare gli anni ’80 e lo fa con una delle band più amate dai rock addicted: The Smiths. Il quartetto capitanato dall’amabile misantropo Paul Morrissey seppe magnificare il movimento new wave-dark di una veste nuova, puntando su suoni di chitarra più marcatamente rock e su testi meno monotematicamente cupi, più magistralmente riflessivi e critici verso l’umanità tutta.

 

Morrissey

 

Non erano dark come Cure o Joy Division, non erano wave come i primi U2, i Blondie o i B 52’s, non erano sinth come i Depeche Mode, ma sono tuttora una delle band più ballate nelle serate “alternative eighties”. Quelle, tanto per intendersi, dai ciuffi ribelli su lunghi cappotti scuri e bavero alzato modello Bela Lugosi (“is dead”). E qualcosa, cari Amarcorders (o Amarcoidi), vorrà pur dire.

 

The-Smiths

 

Vari sondaggi hanno ricordato che l’album più gradito dai fan è “The queen is dead”. Noi di Words in Freedom – da buoni intenditori e bastiancontrari – abbiam deciso di farvi riascoltare “The world won’t listen”, un Lp particolare che le discografie ufficiali indicano come raccolta e che uscì pochi mesi dopo il celebrato “The queen is dead”, e pochi mesi prima “Louder than bombs”: questa sì, una raccolta vera e propria. Per la cronaca il disco si piazzò al secondo posto della UK Chart.

 

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E’ bene dire – prima di proseguire nel nostro racconto – che gli Smiths sono probabilmente la band al mondo con più “best of” pubblicati nel corso della carriera artistica. Se paragonati agli Lp ufficiali. Dal 1984 al 1988, a fianco di soli quattro album, la band ha sfornato ben tre raccolte in studio e lo splendido live “Rank”. Sempre che si possano davvero annoverare come raccolte, dischi che contengono il 70% di brani inediti o usciti solamente come singoli o b-side dei mitici 45 giri dell’epoca. Una scelta comunque commercialmente azzeccata da parte della label Rough Trade.

E’ in questo contesto che s’inserisce anche “The world won’t listen”: dodici brani di cui uno tratto dal primo omonimo Lp “The Smiths”, uno dal secondo “Meat is murder” – inno al veganismo ante litteram con straziante sottofondo di canto di mucca pre mortem – tre dal citato “The queen is dead”. Le altre sono tutte canzoni inedite. E basta citare le prime tre in scaletta per comprendere l’importanza del disco nell’acme musicale della band e nel panorama di metà anni ’80.

 

“Panic”, “Ask”, “London”. Vi dicono nulla? Vi ricorda qualcosa l’urlo ”Burn down the disco… Hang the dj” fatto proprio dai rocker da trent’anni a questa parte? Quella era la chiosa finale del primo brano: panico, paura nelle strade del Regno Unito per colpa della inutile discomusic. “Ask” era un tenero inno alla timidezza adolescenziale, un intercalare, prima di riscoprire l’aggressiva incomunicabilità della fuga da Londra (“London”) e il cupo odio per tutte le malelingue della già edita “Bigmouth strikes again” (”Sweetness/I was only joking/When I said I’d like to/Smash every tooth in your head”).

 

Più melodico e meno aggressivo – ma solo in apparenza – il secondo lato composto da canzoni più lente, d’atmosfera ma che non lasciavano troppa traccia di ottimismo e speranza. Tra ricerche di se stessi e di mondi migliori (in stile Battiato) e il tema ricorrente della morte come risolutrice dei mali e delle cattiverie del mondo (“Asleep”). Celebre il verso di “Unloveable” che ha fatto scuola: “I wear Black on the outside/Because Black is how I feel on the inside”. Anche questo furono gli anni ’80. Non solo ottimismo a go go, kitsch colours, volgarità, edonismo in Do maggiore.

 

 

 

 

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