1985 – 2015: i 30 anni di Ladyhawke, il classico fantasy di Richard Donner

– di Claudia Porrello-

Ladyhawke ha tagliato un traguardo di tutto rispetto: trent’anni dalla sua realizzazione. Usciva il 18 ottobre 1985 questo cult di Richard Donner che ha affascinato una generazione.

Girato in Italia, tra Abruzzo, Lazio, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, Ladyhawke è uno dei classici di quegli anni, amatissimo ancora oggi. Rappresenta un periodo felice del cinema d’intrattenimento americano, gli anni ’80, anni di grande inventiva, innovazione tecnologica e soprattutto narrativa. È un fantasy, un genere che di per sé si basava su concetti molto semplici, bene e male nettamente separati, lo spirito della migliore avventura condita con maledizioni, duelli all’arma bianca, cavalieri senza macchia, fughe, equivoci, missioni impossibili.

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Una scena del film con Rutger Hauer

La trama è degna di una fiaba: un guerriero di nome Navarre è perdutamente innamorato della bellissima damigella Isabeau, la quale prova lo stesso sentimento per il prode cavaliere. I due sono stati condannati da una maledizione a non incontrarsi mai: il Vescovo di Aguillon, innamorato non corrisposto di Isabeau, ha stretto un patto con il diavolo per impedire che i due protagonisti possano vivere serenamente il loro amore. Di notte Navarre si trasforma in un lupo feroce; Isabeau di giorno in uno splendido falco. Ma non saranno soli in questa struggente avventura, a dare una mano ci sarà infatti un ladruncolo di nome Phillipe Gastone, detto “Il Topo” per la sua bravura nel fuggire facilmente dalle situazione più anguste.

Una favola datata 1985, che porta la firma di Richard Donner, quel Richard Donner maestro del genere, che ci ha regalato classici come Arma letale, I Goonies, Superman In Ladyhawke primeggia il tema dell’amore platonico, dipinto con toni onirici, avventurosi e fiabeschi. L’eterno amore, racchiuso nella frase «sempre insieme ma eternamente divisi» è la sfida affrontata da un cast di personaggi che insieme funzionano molto bene. Matthew Broderick, all’inizio della sua carriera cinematografica, ha sicuramente il ruolo più difficile, è il personaggio cardine su cui gira intorno la storia, ma ha anche il ruolo del comic relief, alleggerendo i toni cupi e struggenti della narrazione. Una parte non facile che rischiava di scadere nella macchietta, ma la personalità e l’indole scanzonata di Matthew riescono a tenere saldo il personaggio di Philppe facendo funzionare anche il resto del film. Rutger Hauer era nel suo momento di gloria più alto. Veniva dal personaggio culto in Blade Runner e andava verso l’altro personaggio di culto della sua carriera, l’autostoppista da incubo di The Hitcher – La Lunga Strada Della Paura. In Ladyhawke interpreta un personaggio molto più semplice e lineare: un cavaliere eroico, duro e forte, determinato a cercare vendetta e sconfiggere la maledizione che lo affligge. Michelle Pfeiffer era di una bellezza quasi sovrumana nel ruolo di Isabeau; a lei è affidato il compito di rendere tutta la storia credibile con un personaggio di cui ci si deve innamorare per empatizzare con Rutger e credere alla follia del Vescovo. È sia la bella principessa indifesa da salvare, sia una donna combattiva che arriva ad uccidere in modo brutale Cezar, Alfred Molina, schiacciandogli la testa in una trappola a tagliola. Ovviamente Michelle ha la grazia adatta e questo è il ruolo che la lancia nell’olimpo di Hollywood, dopo una parte in Scarface. John Wood è il Vescovo di Arguillon, un “cattivo” dietro le quinte, il male incombente che non agisce in prima persona, ma sguinzaglia i suoi sicari alla ricerca del lupo da uccidere. John Wood in poche scene riesce a impersonificare il male tormentato, strisciante, codardo e mai esposto.

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Michelle Pfeiffer sul set

In Ladyhawke primeggia il tema dell’amore platonico, dipinto con toni onirici, avventurosi e fiabeschi. L’eterno amore, racchiuso nella frase «sempre insieme ma eternamente divisi» è la sfida affrontata dal trio di protagonisti. Davvero ottime le performance di questi attori; indimenticabile la prima apparizione della divina Michelle Pfeiffer: quando abbassa il cappuccio per mostrare due splendidi occhi azzurri gela letteralmente il cuore. Rutger Hauer veste curiosamente i panni di un animo puro: interpretazione struggente, perfettamente bilanciata dal personaggio di John Wood dal cuore di pietra. Paesaggi maestosi e inquadrature da sogno; musiche poco invasive ma piene di ardore delineano una favola forse troppo buonista, ma pur sempre linfa vitale per inguaribili romantici. Alle musiche troviamo Andrew Powell, compositore e arrangiatore che ha lavorato con The Alan Parsons Project. E infatti è proprio Alan Parsons ad aver prodotto la colonna sonora, che mescola orchestra e synth per ottenere un risultato atipico nel fantasy, sicuramente kitsch eppure esaltante, nei suoi momenti migliori.

Ladyhawke è un film onirico, giocato sulla luce e l’alternanza tra essa e la sua assenza e sul sottile filo tra il sogno e l’incubo. Le scene topiche del film sono due: la prima è quella di Isabeau ferita a cui viene estratto il dardo dalla spalla, alternata con il Vescovo tormentato, quasi straziato, da un incubo, in un montaggio incrociato davvero funzionale e angosciante. L’altra è quando l’inseguimento eterno di Navarre e Isabeau raggiunge il suo climax: sono sdraiati nella fossa fatta per catturare il lupo e, durante un alba che sembra prendere fuoco, Isabeau e Navarre si incrociano per qualche attimo da umani, allungano le mani per accarezzarsi, ma non riescono e la trasformazione dell’uno viene riflessa negli occhi dell’altro fino al grido di dolore di Navarre che vede volare via Isabeau sotto forma di falco.

Una curiosità che si è persa nel doppiaggio italiano riguarda il nome della città in cui si svolge parte degli eventi. Nella versione italiana, si chiama Aguillon, ma in originale il nome è Aquila. I personaggi hanno nomi francesi, dunque è inutile una precisa collocazione geografica della storia: si tratta pur sempre di un fantasy, ambientato in un’Europa medievale idealizzata e stilizzata. Eppure il fatto che buona parte del film sia stata girata in Abruzzo, rende quel nome, così simile a L’Aquila, sicuramente non casuale.

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