Massimo Zamboni: l’eco di un punk emiliano

- di Gianmarco Caselli -

Dopo 15 anni dall’abbandono dei CSI, Massimo Zamboni, ex chitarrista del gruppo punk CCCP e dei CSI poi, è tornato alla ribalta con un libro edito da Einaudi, “L’eco di uno sparo”, e con il film-documentario “Il nemico-Breviario partigiano”, ispirato proprio al libro stesso, con musiche anche inedite di Zamboni suonate dagli post-CSI di cui è uscito anche il CD. 

Dopo 15 anni dall’abbandono dei CSI, Massimo Zamboni, ex chitarrista del gruppo punk CCCP e dei CSI poi, è tornato alla ribalta con un libro edito da Einaudi, “L’eco di uno sparo”, e con il film-documentario “Il nemico-Breviario partigiano”, ispirato proprio al libro stesso, con musiche anche inedite di Zamboni suonate dai post-CSI, di cui è uscito anche il CD. 15 anni sicuramente traumatici senza i compagni di viaggio di una vita, durante i quali Zamboni ha dovuto confrontarsi con sé stesso e alla fine, dopo tutto questo tempo, eccolo di nuovo alla ribalta in tour con i post-CSI. Senza però Giovanni Lindo Ferretti, voce storica del gruppo.

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“L’eco di uno sparo” è un romanzo che Zamboni ha scritto spulciando negli archivi per riscostruire la storia del proprio nonno, fascista, ucciso dai Gap. Una ricerca sicuramente non facile per uno che era il chitarrista del gruppo punk emiliano zamboniecosparofilosovietico. Zamboni utilizza uno stile apparentemente semplice ma in realtà ricercato, calibrato: ogni parola è frutto di una ricerca che mira a un linguaggio prima di tutto sonoro, atto a ricreare un tempo fatto anche di silenzi, un tempo meno frenetico, scandito dai rintocchi della natura, un tempo di un mondo che ora non esiste più, legato ai frutti della terra. La ricerca sonora e la tematica trattata di un tema complesso sviscerato nella sua verità storica, pongono Zamboni fra due autori come Fenoglio e Pavese.

 

Massimo Zamboni ha rilasciato un’intervista per noi di Words in Freedom.

 Da musicista punk a scrittore. Come ti sei trovato in questa nuova veste?

Io ho sempre coltivato la voglia di scrivere e l’ho espressa in quattro libri precedenti, ma questa è la prima volta che mi sento scrittore. Ho qualche residuo di insoddisfazione rispetto ai libri precedenti, sia perché la musica mi ha sempre trascinato da un’altra parte, sia per inesperienza. Ci ho messo molto a scrivere questo libro, nove anni. Più di così non avrei potuto fare. A un certo punto ho capito che era quello che volevo esprimere.

 È abbastanza curioso il fatto che i tuoi nonni fossero fascisti e tu abbia avuto successo come chitarrista dei CCCP.

La mia è una situazione condivisa da moltissimi italiani. Tanti hanno capito quanto c’era d’inganno nel fascismo, nelle proclamazioni urlate; il primo dovere per me e per altri era contraddire le idee della famiglia. Doveva esserci una generazione che disprezzava educazione e cultura della famiglia, doveva nascere una cultura autonoma e affrancata, con l’adesione a una causa diametralmente opposta. Se vedesse il libro mio nonno si rivolterebbe ancora nella tomba; il resto della famiglia lo ha apprezzato molto.

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Come l’hanno presa in casa tua quando da giovane hai fatto le tue scelte politiche e hai cominciato a essere punk? Erano contenti?

Per niente! Guardavano tutti con stupore il figlio che ha smesso gli studi, ci ha messo 10 anni per finire la laurea in lingue e  ha cominciato a suonare la chitarra elettrica insieme ad altri molto poco ben raccomandabili. Poi alla fine, con i CSI che riempivano i palazzetti dello sport, hanno iniziato a crederci pur ritenendola una stravaganza.

 La memoria come protagonista del tuo libro: i nostri nonni raccontavano gli eventi di cui erano stati testimoni diretti; poi ce li hanno raccontati i nostri genitori, che però ne erano testimoni indiretti. La generazione di genitori di oggi, più o meno quarantenni, è quella che rischia di interrompere il filo della memoria non raccontando più niente ai figli. Come è potuto accadere questo?

È stato un meccanismo ben indotto: hanno fatto in modo che nostre giornate si svolgano in maniera più sbrigativa e mai profonda. Arrivi la sera stecchito davanti alla tv e non hai tempo di ragionare sulla tua vita, su di te, sulle tue storie, sul cosa significa stare insieme agli altri. Fortunatamente faccio questo per mestiere: pur avendo una vita frastornata, ho tempo per pensarci. È difficile possedere le chiavi di lettura del nostro tempo contemporaneo; noi non conosciamo il nostro tempo, quindi è difficile trasmetterlo. Non conosco la mafia che governa le terre, le grandi manovre che fanno sì che la terra sia sempre più asfaltata, urbanizzata, in modo tale che ce ne sia sempre meno. Come possiamo affidarci completamente ai nostri genitori o nonni? Anche loro non erano consapevoli di nulla.

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Appunto la terra è un altro protagonista di questo romanzo, la terra che dà da vivere alle persone, come madre di tutti ma su cui gli italiani si sono scannati fra loro.

Ogni particella di terra conserva tutta la memoria. La terra emiliana è una terra coltivata, guerreggiata, perché fertile, facile da vivere. È una mancanza di memoria non riuscire a capire che i piedi da qualche parte dovremmo appoggiarli e che di qualche cosa dovremmo nutrirci. Il contrario di questi discorsi è la sciocchezza emerita. Io non sono disposto ad ascoltare nessuno che non parta da questi presupposti. La terra va salvata.

 

Lo stile: per quanto non si tratti di un romanzo tradizionale mi sono sentito in una lettura a metà fra Fenoglio e Pavese.

Ma io ci starei molto volentieri! Sono due autori che amo, ma non ho cercato in nessun modo di imitarli o mettermi a quei livelli. Fatico molto a leggere romanzi, mi stanco subito. Con Fenoglio e Pavese è diverso. In Fenoglio è più importante il suono, spesso scrive in inglese. Io non scrivo in inglese come Fenoglio ma come lui cerco di lavorare molto sul suono.

 15 anni fa si è interrotto un pezzo di vita tua, prima con la fine dei CCCP, poi con quella dei CSI insieme all’abbandono dei compagni di vita musicali, primo fra tutto Ferretti. Nel frattempo sono usciti tuoi lavori da solista, ma adesso sembra esserci una sorta di rinascita improvvisa con questo romanzo e la riunione dei CSI, solo che stavolta l’assente non sei tu ma Ferretti. Il protagonista finale sei te. Che effetto fa?

Non sappiamo quanto possa durare questo ritrovarsi, magari finisce subito dopo il tour. Mi piace tenerci presenti a vicenda, sapere quello che fanno gli altri, sapere che appena c’è un’idea condivisibile saremo pronti a considerarla e tornare insieme. Siamo come una grande famiglia artistica, capace di ritrovarsi e con la stessa leggerezza di liberarsi a vicenda.

Penso che ora ci sia un riconoscimento ulteriore della tua figura, anche a ritroso.

Quando hai accanto una personalità come quella di Giovanni Lindo… è una persona che ti cattura immediatamente, l’ho sperimentato anche su di me. Però so perfettamente qual è stato il mio apporto ai CCCP e ai CSI e a tutto quello che consegue; lo conosco molto bene io e credo comincino a conoscerlo anche quelli che sono appassionati alla nostra storia.

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Oltre all’urgenza personale di un romanzo di memoria sulla propria famiglia, alla base del libro mi pare ci sia la volontà di testimoniare la necessità del recupero, nelle proprie radici storiche, di ideali che oggi non ci sono più.

Mi capita spesso di fare degli incontri, non concerti ma incontri. C’è moltissima voglia di conoscere queste storie, come ci siamo conosciuti io e Giovanni Lindo, il nostro viaggio in Mongolia, come fossi un anziano che racconta. Mi rendo conto che questa maniera di vivere oggi è poco praticata. Invece la generazione a cui appartengo, quando era giovane, seguiva questi percorsi in modo abituale: si andava in Afghanistan in R4 o negli USA per andare in giro in autostop o per scoprire dove abitava lo scrittore preferito; c’era una voglia di conoscere e appartenere al mondo che ora è stata uccisa. Chiedo alle generazioni che arrivano di svegliarsi, di non accontentarsi di un mondo visto attraverso i computer. Quando agli spettacoli vedo uno che invece di ascoltare me ascolta il suo telefono che ascolta me, mi vien in mente di scendere e dire: “Scusami, io sono qua!”

Credo sia importante insistere su questi argomenti senza tregua e rivendicare uno sguardo sul mondo che ora manca.

 

 

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