La Gran Tavola – La più grande banca italiana, nascita, vita, morte

- di Daniele Milazzo-

All’inizio era il mercante. Con lo sviluppo del commercio mediterraneo e internazionale tra la seconda metà del 1100 e l’inizio del 1200 si affermano sempre di più e sempre più numerosi dei gruppi familiari che portano merci da una parte all’altra, prima di persona e poi attraverso intermediari. Questi devono trasportare merci in posti differenti, pagare tasse con varie monete, usare lingue e rispettare leggi diverse per ogni paese. In varie città ci sono posti di dogana con banchi per cambiavalute: se un mercante deve vendere le sue merci deve cambiare le proprie monete. Con il guadagno del commercio e l’attività dei cambiatori nascono i primi banchi di prestito. I mercanti, anche quando molto ricchi, sono sempre visti come parvenu, arricchiti ma ignobili. La chiesa condanna i prestatori di denaro come usurai, e in effetti i tassi di interesse (composito) variano in quel periodo dal 5%-8% fino a un tetto massimo del 30%.

Cosa accade se l’attività mercantile e bancaria è esercitata da una famiglia nobile, quindi già ricca? Si crea la banca più grande del proprio tempo.

I Bonsignori erano una famiglia nobile senese. Non una delle più note del tempo, né delle più rinomate; sebbene alcuni studiosi ritengono che fossero di origini modeste, agli inizi del 1200 sono proprietari di case, magazzini e mulini a Siena, più alcuni castelli e terre a sud della città come Monte Antico, Monteverdi, Montenero, Bagno Vignoni e Potentino, a metà strada tra Siena e Grosseto. Di queste due città Bernardo di Bonsignore ha l’appalto della dogana del sale nel 1203, ed è l’unico dei soci a cui il Comune non chiede garanzie. Bernardo ha anche, come tutti i nobili che si rispettino, una guardia armata, che fa la sua bella mostra in occasione della visita dell’imperatore Ottone IV a Siena. Nel 1209 Bernardo fonda la Tavola, cioè una banca, con la quale presta denaro a pegno.

Nella denunce della lira senese – le descrizioni dei beni dei cittadini divisi per nuclei familiari – Rinaldo Bonsignori, figlio di Bernardo, appare nel 1229 insieme al fratello Bonifazio. Insieme ereditano la Tavola paterna, e i beni di famiglia appaiono floridi. Prestare denaro a interesse è bandito dalla chiesa, ma lo fanno sempre più persone, noncuranti degli anatemi papali. I due fratelli hanno dalla loro una rete di connessioni familiari, una banca e un certo spirito di iniziativa in campo politico. Una premessa: Siena è una città tradizionalmente ghibellina, ovvero tiene per l’imperatore. Questo significa che i nobili hanno in genere un maggior potere e si contrappongono alla parte guelfa, che inneggiando al papa è tendenzialmente più “popolare” e autonomista. I due fratelli, legati per nascita e censo alla parte ghibellina, decidono che gli affari si fanno con chiunque. Questo significa farsi benvolere da entrambi gli schieramenti in un clima politicamente molto acceso, in cui allearsi con il partito sbagliato può costare la vita o l’esilio (vedi il caso di Dante).

Conteggio delle monete

Conteggio delle monete

Il denaro è un ottimo lenitivo dell’animosità politica, e i fratelli Bonsignori ne hanno in abbondanza: la Tavola, la banca ereditata dal padre, marcia a gonfie vele e a differenza di quelle delle altre famiglie senesi come i Tolomei o i Piccolomini, decide di cessare il ramo mercantile per occuparsi soltanto di quello creditizio. I Bonsignori si fanno presto una fama di abili cambiatori e prestatori di denaro,  aprendo una serie di filiali della loro attività a Bologna, Pisa, Genova, Parigi e Londra. I flussi di denaro che passano dalla penisola italiana diretti nelle Fiandre passano dalle mani dei Bonsignori: la lana grezza inglese importata dai genovesi e lavorata a Firenze valica l’appennino e viene venduta nelle fiere dello Champagne e delle Fiandre: in tutti questi luoghi si trovano i cambiatori della Gran Tavola dei Bonsignori.

La chiesa e il papa condannano radicalmente l’usura, ma all’inizio del ‘200 la riaffermazione del primato papale e l’accentramento maggiore dei poteri si traduce anche in maggiori introiti attraverso le decime che arrivano da abbazie, monasteri, diocesi. Se il papa vuole spendere questo denaro deve innanzitutto uniformarlo, cioè cambiare le monete. Nel 1235 i nomi di Rinaldo e Bonifazio appaiono nei documenti della camera apostolica in qualità di campsores, cioè di cambiamonete. Sono diventati i banchieri ufficiali del papa. Come garanzia dei prestiti si ricevono i diritti di riscossione dei tributi.

La Gran Tavola agisce come banca di credito internazionale, ha il monopolio del cambio valutario mercantile europeo e la gestione della riscossione dei tributi ecclesiastici, versati da tutti i cattolici.

Non a caso sono stati definiti, nel 1935, “I Rothschild del Duecento“. Dopo la morte di Bonifazio nel 1255 Rinaldo allarga la Gran Tavola a investitori privati; la frequentazione della curia papale permetteva loro di presentarsi come onesti cambiatori e non perfidi usurai, perché il papa non avrebbe mai potuto avvalersi di questi ultimi. La Gran Tavola cresce e prospera fino a diventare una corporation di tutto rispetto.

Battaglia di Montaperti, illustrazione dalla Chronica di Giovanni Villani

Battaglia di Montaperti, illustrazione dalla Chronica di Giovanni Villani

Alla parte economica non manca l’intreccio politico: i Bonsignori sono ghibellini e  Rinaldo partecipa al governo cittadino. Dal 1257 Rinaldo siede nel Consiglio Generale cittadino; nel 1258 è Provveditore all’ufficio della Biccherna, cioè regge le finanze della città e del contado senese, in un periodo in cui il conflitto d’interessi non era stato scoperto. Arriva un momento in cui la politica impone delle decisioni: nel 1258 Rinaldo Bonsignori e gli altri ghibellini di Siena accolgono i ghibellini esiliati da Firenze, e questo nonostante tre anni prima fosse stato firmato un accordo che avrebbe dovuto impedire la loro accoglienza. Per vendicarsi i guelfi fiorentini istigano rivolte popolari a Grosseto e in altre città senesi, e nel 1269 Rinaldo accoglie Giordano d’Agliano, vicario imperiale della Toscana inviato da Manfredi, figlio di Federico II. L’inviato imperiale ha con sé molti cavalieri tedeschi e con questi lo scontro armato tra Siena e Firenze aumenta d’intensità. Rinaldo sceglie di partecipare in prima persona, con i suoi armati, alla battaglia di Montaperti del 1260 che vede la disfatta dei dei guelfi di Firenze e della Lega Lombarda ad opera dei ghibellini senesi e dei loro alleati pisani, ternani e tedeschi.

Il papa Alessandro IV non la prende bene e prima di morire, nel maggio del 1261 scomunica tutti i sostenitori del re Manfredi, includendo, quindi, Rinaldo Bonsignori; la scomunica significava che un buon cattolico non era tenuto a ripagare i propri debiti verso uno scomunicato, né a prestargli obbedienza, né sarebbe stato condannato per avergli rubato qualcosa.

I pagamenti dei debiti della Curia alla Gran Tavola sono sospesi, e il colpo si fa sentire anche nel commercio internazionale, specialmente in Francia, dove il partito guelfo è preponderante. Rinaldo corre ai ripari e grazie alle sue pressioni nel gennaio 1262 il nuovo papa Urbano IV, ribadendo le sanzioni economiche per i ghibellini senesi, ne esclude la Gran Tavola. L’anno successivo questa diventa l’unica depositaria di tutte le somme raccolte dai collettori pontifici.

le incoronazioni di Re di Sicilia di Manfredi (a sinistra) e di Carlo d'Angiò (a destra)

le incoronazioni di Re di Sicilia di Manfredi (a sinistra) e di Carlo d’Angiò (a destra)

Nel 1263 papa Urbano IV dichiara il re Manfredi scomunicato e decaduto dal trono di Sicilia e il nuovo papa Clemente IV nel 1264 inizia a fare accordi con il campione del guelfismo, Carlo d’Angiò, per guidare una spedizione contro Manfredi nel sud Italia. Organizzare una spedizione militare significa avere bisogno di soldi in grandi quantità, e il papa sapeva dove rivolgersi: la Gran Tavola.

Rinaldo Bonsignori finanzia largamente i guelfi pur essendo ghibellino: è lui a prestare più di 80.000 lire tornesi a Carlo d’Angiò, che le usa per pagare il proprio esercito e sconfiggere Manfredi a Benevento nel 1266, terminando il dominio svevo.

Battaglia di Benevento (1266): Carlo d'Angiò uccide Manfredi di Svevia, illustrazione dalla Chronica di Giovanni Villani.

Battaglia di Benevento (1266): Carlo d’Angiò uccide Manfredi di Svevia, illustrazione dalla Chronica di Giovanni Villani.

Questo avvenimento è centrale nella storia italiana: segna la fine dei ghibellini e l’inizio della preponderanza guelfa in Italia.

Rinaldo viene rieletto Provveditore alla Biccherna nel 1267, ma tre anni dopo è costretto a lasciare la città: i guelfi tornano al potere anche a Siena e sembrano aver vinto definitivamente la loro battaglia politica in Italia. Rinaldo e gli altri ghibellini senesi si rifugiano a Cortona, dove mettono in piedi un governo in esilio, ma è chiaro che la situazione non è delle migliori. Per Rinaldo la cacciata da Siena significa l’incapacità di recuperare i vecchi crediti concessi ai suoi sodali ghibellini, con una conseguente crisi di liquidità della Gran Tavola. Si cerca di tamponare la situazione cercando di mettere a frutto i finanziamenti fatti ai guelfi, ma Carlo d’Angiò non cede e favorisce i banchieri fiorentini, guelfi come lui, e le casane di Asti, che è una città sotto il suo dominio. Dal 1270 i documenti della Curia registrano un calo della preferenza accordata alla Gran Tavola per le operazioni di cambio monetario.

Nel 1273 Rinaldo Bonsignori muore. Gli succede alla guida della banca il figlio maggiore, Fazio, che cerca di affrontare un tracollo ormai inevitabile. Alcuni vecchi soci escono di scena, altri fanno il loro ingresso.  La concorrenza dei banchieri pisani, lucchesi e aretini si fa sentire , mentre il commercio con la Francia e le Fiandre è ormai monopolizzato dai fiorentini, che praticano tassi di interesse inferiori contando sulla sopravalutazione del fiorino d’oro. I papi preferiscono avvalersi dei servigi di altri cambiatori e dal 1283 i Bonsignori devono lottare con gli altri per accaparrarsi gli appalti delle riscossioni che prima erano stati concessi largamente dalla Curia. Politicamente le cose non vanno meglio: nel 1281 i figli di Rinaldo sono esiliati da Siena dopo aver cercato di rovesciare il governo guelfo.

Nel 1289 la Gran Tavola viene rifondata: prende il nome di “Società dei figli di Bonsignore“, escono la maggior parte dei vecchi soci e ne entrano di nuovi, cercando di creare una iniezione di liquidità nelle casse della banca.

Banchieri in un codice miniato

Banchieri in un codice miniato

La rifondazione è la conseguenza di una petizione pubblica dei soci, conservata presso l’Archivio di Stato di Siena: si legge che «dicta societas nec fallit nec fallere potest», ovvero “detta società non fallisce e non può fallire” perché ha troppi interessi collegati. Lo stato senese incoraggia i privati a prendere parte all’iniezione di capitali freschi assicurando la solvibilità della banca, ma nello stesso documento si accusano alcuni soci ed ex-soci di volerne la distruzione, che andrebbe a scapito di tutti. Ricorda il “too big fo fail, “troppo grande per fallire“; il dibattito politico senese oscilla tra la richiesta di assistenza alla banca in crisi e il rifiuto di cedere quote di proprietà ai banchieri fiorentini. La banca ha degli asset solidi, ma non ha liquidità né riesce a ottenerla. Il Comune non accetta di intervenire: in assenza di una moratoria verso i creditori il tracollo è inevitabile. A Firenze si fregano le mani: è arrivato il momento di causare il fallimento della banca dei ghibellini. Cerchi, Donati, Acciaiuoli, Mozzi e Bardi, finanziatori del partito guelfo, con le rispettive banche, chiedono ufficialmente al Comune di Siena, dominato ora dai guelfi, di sequestrare i beni della Gran Tavola fino alla completa restituzione delle loro quote di capitale.

Nel 1301 i beni della Gran Tavola sono sequestrati, la famiglia Bonsignori è condannata e bandita da Siena, la società viene messa in liquidazione coatta. Nel 1304 la Gran Tavola fallisce ufficialmente, salvando con espedienti fraudolenti buona parte dei beni dei membri.

Le carte della società scompaiono, le quietanze dei debitori non si trovano. I cardinali chiedono ai Bonsignori le quietanze per i pagamenti delle decime non corrisposte: mancano all’appello. Sono scomparse le ricevute delle riscossioni di Anglia, Gallia, Scozia e Spagna. I soci della Gran Tavola falliti falsificano i libri contabili, intestano i beni societari alle loro mogli come dote o presso società di terzi. È il collasso finanziario: le richieste di rimborso dei creditori sono enormi. Il Comune di Siena entra in profonda crisi economica e travolge le attività commerciali di Pisa, Lucca e Genova.

Filippo il Bello ordina il rogo dei Templari. Illustrazione da Des cas des nobles hommes et femmes di Giovanni Boccaccio

Filippo il Bello ordina il rogo dei Templari. Illustrazione da Des cas des nobles hommes et femmes di Giovanni Boccaccio

Il papa Clemente IV nell’agosto del 1307 chiede al re d’Inghilterra il sequestro di tutti i beni dei Bonsignori e dei Riccardi di Lucca, loro soci, per garantire la restituzione dei loro debiti, sotto minaccia di sanzione ecclesiastica e interdetto. Il re di Francia, Filippo il Bello, a causa dell’insolvibilità della filiale parigina della Gran Tavola scatena nell’estate del 1307 una rappresaglia contro tutti i senesi: sono sequestrati i beni dei banchieri Squarcialupi, Malavolti, Tolomei e Forteguerri. Ma non bastaEnguerrand de Marigny, il ministro delle finanze francese, fa pressioni verso il sovrano: la corona è oberata di debiti e non si riesce a tamponare le falle. Il re Filippo prende una decisione: si sequestrano i beni degli altri banchieri italiani, i “lombardi”. Ma non basta ancora. C’è solo una grande compagnia bancaria ancora presente in Francia, ormai. La corona ha centinaia di migliaia di fiorini di debito. È il 22 novembre 1307: Filippo il Bello ordina in tutto il regno l’arresto dei cavalieri templari,  il sequestro di tutti i loro beni e l’incameramento preventivo della Corona di tutte le loro rendite finanziarie.

 

 


Per approfondire:

Mario Chiaudano, Studi e documenti per la storia del diritto commerciale italiana nel sec. XIII, Torino 1930.

Mario Chiaudano, I Rothschild del Duecento. La Gran Tavola di Orlando Buonsignore, in Bullettino senese di storia patria, XLII (1935), pp. 103-142.

Amedeo Feniello, Dalle lacrime di Sybille: Storia degli uomini che inventarono la banca, Laterza, Bari 2015.

 

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