Il Generale: è suo “L’inno dei senza lavoro”

- di Maurizio Melani -

L’ha scritto Il Generale, il “nonno” del reggae italiano. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo cd “Canzoni di tempi di crisi”

Una volta c’era l’inno dei lavoratori, la lotta di classe, il proletariato. Con la modernizzazione è finita la lotta di classe, ma in compenso il lavoro non c’è più. Così al posto del proletariato vi è il nuovo partito dei precari. A comporne il canto di lotta e di solidarietà ci ha pensato Il Generale che a loro ha dedicato il nuovo singolo “L’inno dei senza lavoro”, primo estratto dall’ultimo cd – il nono della trentennale carriera nel reggae style – “Canzoni di tempi di crisi”. Lo abbiamo intervistato nella sua città natale, quella Firenze per cui ha scritto rime e tempi in levare e al cui leader calcistico di fine anni ’80, Roberto Baggio, ha dedicato il singolo che gli diede la prima grande notorietà nazionale. Sorseggiando un caffè, parliamo tanto del glorioso periodo delle Posse, quanto dell’attualità musicale. E non manca un annuncio che farà felice tutti i fan.

 

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“Canzoni di tempi di crisi”. Un titolo forte, d’impatto, molto diverso da quello dei tuoi album precedenti…

Il titolo è molto importante. Può magari risultare strano aver scritto “canzoni di tempi” e non “canzoni in tempi”. Ma il significato che volevo dargli è proprio che le 14 tracce sono figlie della tragica fase che stiamo vivendo e insieme compongono un mosaico che richiama sensazioni dettate da stati d’animo vissuti. Non sono però canzoni depressive o pessimiste: come nella miglior tradizione del reggae, sono andato oltre lo sterile lamentarsi e ho voluto lanciare un messaggio di positività.

 

Nei testi non vedo i consueti riferimenti all’uso della marijuana o alla tua Firenze, ma parli di precari, violenza sulle donne, pedofilia, corruzione. E’ il tuo disco più impegnato?

Direi sicuramente il più evoluto nelle musiche e soprattutto nei testi, che vanno di pari passo alle esperienze personali rappresentando una crescita continua. Su Firenze poi hai ragione: sono sempre stato accusato di essere troppo “firenzecentrico”

 

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A parte la distribuzione, Goodfellas, non hai alle spalle né una major, né un’etichetta indipendente. Hai invece lavorato col metodo del “crowdfunding”. Ce lo puoi spiegare?

E’ vero, ho lavorato sia con major come la RTI che con indies come la Wide. Il problema è che la crisi ha totalmente rivoluzionato il mercato musicale spazzando via tutte le piccole etichette. Allora ho deciso di scommettere su me stesso e mi sono inventato questo metodo che ho scoperto nel 2000 durante un viaggio in Senegal, dove aziende tutte al femminile ricorrevano a una sorta di microcredito per finanziarsi.

 

E tu l’hai importato nella musica…

A partire da “Mille modi”, tutti i miei ultimi cd sono stati realizzati con questo sistema. Una sorta di autoproduzione porta a porta per racimolare la cifra necessaria. Io dico ai miei fan e a tutti gli amanti della musica reggae: siete interessati ad acquistare il mio prossimo cd? Bene, scommettete su di me. Se lo prenotate in anticipo – senza alcun prezzo imposto – risulterete i veri produttori esecutivi e il vostro nome o logo sarà stampato nei credits all’interno della copertina. Ognuno ha contribuito a suo modo, non solo in denaro ma anche nel lavoro grafico o in quello fotografico. Mi preme a tal punto ringraziare Giampaolo Semboloni e Ulisse Donnini per l’opera prestata.

 

Ti sei posto un obiettivo per “Canzoni di tempi di crisi”?

No, non ho pensato a cifre o a numeri se intendi questo. Diciamo però che ci conto molto, perché lo giudico uno dei miei dischi migliori e naturalmente invito tutti a dare il loro giudizio. Chi fosse interessato può scaricarlo dalla rete, rivolgersi ai negozi di dischi – se ancora li trova! – oppure contattare il distributore Goodfellas o il sottoscritto ai miei profili Facebook Il Generale e Stefano Bettini.

 

 

Il primo estratto è “L’inno dei senza lavoro”. Abbastanza evidente il messaggio…

La canzone è dedicata a tutti coloro che sono in questa condizione: disoccupati, inoccupati, cassaintegrati, precari. La crisi non ha risparmiato nessuno, e io so di cosa si parla in prima persona. Per anni come musicista sono stato precario per scelta, ma si viveva bene… Adesso lo sono diventato non per mia volontà.

 

Nel divertente video che qua sopra postiamo per i nostri lettori, vieni cacciato fuori da un ufficio dopo un colloquio di lavoro. Ti è mai capitato?

Essere sbattuto fuori no, ma tante volte mi sono sentito dire: “Ma lei cosa ci fa qui da noi? Ha un curriculum troppo elevato per un posto come questo…”.

 

Torniamo un attimo indietro. Molti artisti non vedono di buon occhio la longa manus di una major, tu come ti sei trovato ai tempi di “Guarda la luna e non il dito”?

(Ride, ndr). Quella fu “La grande truffa del rock’n’roll” o del “reggae’n’roll” nel mio caso! La RTI significava Berlusconi e io inizialmente ero per forza di cose un po’ scettico, anche perchè in quegli anni, alla metà dei ’90, era in corso il dibattito se collaborare con una major fosse come vendersi al sistema. Come se fare qualcosa “coi soldi” fosse un delitto! Personalmente non ho la puzza sotto il naso e nella fattispecie mi sono trovato bene, tanto che ho potuto parlare in autonomia di liberalizzazione delle droghe leggere, ad esempio, e quel disco – detto tra noi – era davvero di ottima qualità. Se mi ricontattasse una major adesso? Beh…porca miseria se ci andrei!!

 

 

 

Dopo quell’esperienza però sei tornato tra le braccia di un’etichetta indipendente…

Vero, ma non è stata una mia scelta. Dopo “Guarda la luna e non il dito” ho voluto prendermi un periodo di stacco dalla musica per dedicarmi ad altri progetti personali. Su tutti il Dottorato di Ricerca. Quando ero nuovamente pronto a calarmi nei panni del Generale, il mercato musicale stava pian piano entrando in crisi e il glorioso mercato indipendente degli anni ’90 era finito.

 

Ecco, gli anni ’90 appunto… Sei stato uno dei protagonisti del fenomeno delle Posse, come hai vissuto quella fase della tua carriera?

A tutto fuoco! (risponde in fiorentino stretto, ndr). Nella mia esperienza musicale ho avuto la fortuna di vivere tre grandi periodi: quello del movimento del ’77 con le autoproduzioni, la successiva fase punk-hardcore dei primi ’80, di nicchia in Italia ma che aveva un grandissimo canale ed eco a livello mondiale, infine gli anni ’90 con le Posse, dove avevi sempre label alle spalle che ti sostenevano. Come membro degli I Refuse It appartengo ai primi due periodi, come Generale ho vissuto il terzo e con molti colleghi sono ancora in stretto contatto: su tutti Madaski e gli Africa Unite, ma anche Lele Gaudì e i Sud Sound Sistem. Lasciami dire una cosa: checchè se ne pensi, tra noi rappers o raggasoldati non c’è mai stata competizione per accaparrarsi maggiore visibilità, ma sempre una forte solidarietà.

 

E il mondo del reggae italiano di oggi?

Troppo legato a modelli giamaicani, a partire dall’uso della lingua. Noi avevamo più originalità.

 

Siamo quasi alla fine Gene. E’ il momento della domanda banale: cosa c’è nel futuro del “nonno” del reggae italiano?

Mai domanda fu più gradita! Per il trentennale della mia carriera nel mondo del reggae farò un regalo a tutti i fan e a fine anno uscirà “Bulebai: 30 anni di stile fiorentino 1985-2015”, raccolta di vecchi inediti, b-sides, brani live e altre chicche disponibili solo su compilation. Per chi non conosce bene la mia storia, nel 1985 uscì proprio il mio primo singolo come Generale che si chiamava “San  Marco Skanking”.

 

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Questo farà davvero piacere a tutti i tuoi fan che so ancora essere numerosi in tutta la penisola. Ma toglimi una curiosità: chi ti ha appioppato l’appellativo “nonno del reggae”?

E’ stata un’autodefinizione! D’altro canto sono stato tra i primi a fare reggae in Italia e il primo in assoluto a pubblicare un album interamente nella nostra lingua.

 

L’ultimissima domanda e non ti piacerà… Hai raggiunto la notorietà nel 1989 con il singolo “Non è un miraggio! Roberto Baggio”: quando farai il prossimo brano dedicato alla Viola? Magari l’inno per il terzo scudetto?

Ohi… Io sono molto scaramantico, perciò visto il momento magico meglio aspettare. E nel frattempo si godeeee!

 

 

Ricordiamo a tutti i fan e a tutti i lettori che Stefano Bettini aka Generale ha anche vinto il Premio Ciampi 2012 col brano “Il giocatore”.

 

Le foto a corredo dell’intervista sono state gentilmente messe a disposizione dall’artista.

Translation by Rosamaria Viola
Proofreading by Antoinette d’Arbela

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