Fantascienza Duemila: umana troppo umana

A 90 anni dal pioniere dei film di fantascienza, Metropolis (1927) di Fritz Lang, con l’avvento del Terzo Millennio si è estinto il cinema di fantascienza di una volta. A dare il colpo di grazia è stato Arrival di Denis Villeneuve.

-di Tommaso Tronconi-

metropolis

Metropolis

Dicesi “fantascienza” quel genere letterario, poi estesosi al cinema, in cui l’elemento narrativo si fonda su ipotesi o intuizioni di carattere più o meno plausibilmente (para)scientifico o pseudo tale, sviluppandosi in una mescolanza di fantasia e scienza, straordinario e soprannaturale. È così che tra i topoi più ricorrenti del genere la fanno da padroni viaggi verso galassie lontane oppure contatti con entità extraterrestri.

“Dicesi” dicevamo, o forse sarebbe meglio dire “dicevasi”. Sì perché stando al cinema di fantascienza degli ultimi anni si è come di fronte ad una mutazione di pelle, se non di geni, per uno dei generi più popolari di sempre. Una mutazione in cui di “fanta” e di “scienza” c’è davvero molto poco, a favore di uno sguardo sempre più umano, sempre più antropocentrico.

A novant’anni da quello che è considerato il primo vero film di fantascienza, Metropolis (1927) di Fritz Lang, ha del comico, ma anche del fisiologico, notare come non esista più il cinema di fantascienza di una volta. Anche se a ben vedere, già in quel primo film del 1927 la bilancia già pendeva assai sulla componente umana. Come ricorderete, in un distopico 2026, sullo sfondo (ma nemmeno troppo!) della lotta di classe, lo scienziato Rotwang rapisce la bella Maria e dona le sue sembianze a un robot che istigherà gli operai alla ribellione. Il volto umano ad un robot, il volto umano di un robot. Spunto che ha ispirato dozzine di film nei decenni successivi.

Arrival

Arrival

Tra ieri e oggi, nel mezzo sono passate invasioni di ultracorpi, pianeti proibiti e pianeti rossi, guerre tra i mondi, attacchi e incontri (ravvicinati) di ogni tipo, odissee nello Spazio. L’uomo c’è, è presente, solca i mari dell’universo e lotta per sopravvivere, ma è sempre l’altro, lo straniero, l’alieno a far da protagonista, per non parlare dell’ambientazione galattica che concorre come un terzo personaggio.

Ecco, nella fantascienza degli ultimi anni (molto più di) qualcosa è cambiato. E lo spunto ci viene dall’ultimo grande sci-fi arrivato nelle nostre sale, Arrival di Denis Villeneuve, opera di fantascienza “ribaltata”, che col pretesto degli alieni parla degli uomini, di noi uomini. Perché è questa la vera novità della nuova fantascienza del Duemila: è specchio dell’uomo, per capire meglio chi siamo. E andare nello Spazio ci appare solo come un pretesto per guardarci in faccia e dentro, per “vedere la Terra dalla Luna”. Andare in esilio, come eremiti, nel silenzio dell’ignoto per far spazio e dare voce a interrogativi personali e universali. Come a voler trovare risposta alle tre domande più vecchie del mondo: chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo? Arrival, come già in parte Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg (1977, guarda caso quarant’anni fa!) è un film sulla comunicazione, sul linguaggio, sul dialogo da ricercare con lo Straniero, chiunque esso sia: immigrato, turista o alieno. È uno specchio che riflette e distorce, che tramite la “maschera” del genere cinematografico ci permette di uscire da noi per farci riflettere su di noi. Come a dire: “si scrive alieno, si legge uomo”. Addio quindi ai “bei tempi” di Alien e compagnia bella.

Interstellar

Interstellar

Ma Arrival è solo l’ultimo, e tra i più riusciti, dei nuovi film di umana-scienza più che di fanta-scienza. Poco tempo prima, nel 2014, altrettanto copernicano è stato Interstellar di Christopher Nolan. Un film complessissimo che attraversava, superava e trascendeva non solo lo spazio-tempo, ma anche la partizione stessa dei generi cinematografici, in primis, appunto, quello fantascientifico. Interstellar è la rifondazione e il superamento del genere per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. È fanta-scienza dell’uomo portata tra le stelle, che parte dalla Terra per approdare in un’altra galassia e atterrare su un’altra terra. Andata e ritorno. Ma l’uomo, il suo spirito, le sue convinzioni, i suoi sentimenti superano il tempo, lo spazio, ogni terza, quarta e quinta dimensione, la gravità, oltre ogni Teoria delle Stringhe. L’uomo, l’uomo prima di tutto, solo e soltanto l’uomo. È questo l’imperativo di Nolan. L’anima, oltre ogni dimensione fisica conosciuta, si conserva tale e quale, così come l’amore. Quell’ amor che move il sole e l’altre stelle (o l’interstellar, potremmo dire giocando un po’ con le parole).

Solaris

Solaris

Storie di uomini che fuggono nello Spazio per indagare se stessi proprio come accadeva in un altro capolavoro e caposaldo del genere: Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij. “Ma perché andiamo a frugare l’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?” afferma uno dei personaggi del film. Parole sante che colgono perfettamente il punto della nostra trattazione. Tarkovskij propone un pianeta magmatico e vivente, Solaris, che è in grado di materializzare i sogni e i ricordi degli uomini (ah, meschina natura leopardiana!). “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” afferma Prospero nell’atto quarto de La Tempesta di Shakespeare. Noi siamo reali, concreti, tangibili, così come lo sono i sogni. Sogni e ricordi che ci fanno impazzire. Sogni e ricordi che per il dottor Kris Kalvin si materializzano nella moglie morta dieci anni prima, moglie che su Solaris lo pedina, lo perseguita, croce e delizia che può baciare e accarezzare, come una donna vera. Ecco quindi che anche Tarkovskij usò il pretesto fantascientifico per parlarci di altre “cose umane”: i sogni, i ricordi, le allucinazioni.

Gravity

Gravity

Negli ultimi anni la fantascienza si è quindi ridotta più a forma che a sostanza, ad ambientazione di sfondo e non più ad “agente”. È anche il caso di storie di sopravvivenza tout court ambientate nello Spazio, come Gravity (2013) di Alfonso Cuarón e Sopravvissuto – The Martian (2015) di Ridley Scott. O love story ambientate su una navicella in orbita come Passengers (2016) di Morten Tyldum.

Insomma, concludendo, cos’è rimasto della fantascienza per come l’abbiamo conosciuta prima dell’avvento del Terzo Millennio? Il contenitore. E poco altro. E ciò ci spinge a fare un’attenta riflessione su come il cinema e i suoi generi si evolvono, allo stesso modo delle specie terrestri. E allora ecco che (forse) il nastro si riavvolge. E avanti con un nuovo giro di giostra (o di boa).

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