Da Britten a Blow Up e molto ancora: a proposito di David Hemmings

- di Elisabetta Torselli-

La ricorrenza dei quaranta anni di Profondo rosso ci offre il pretesto per un ritratto di David Hemmings, che ne era il protagonista. Ma la cui carriera iniziò da voce bianca, protagonista del Giro di vite di Benjemin Britten. Opera inquietante e rapporto suscettibile di interrogativi altrettanto inquietanti fra il dodicenna protagonista e il compositore. Così, dopo l’acuta analisi della colonna sonora firmata da Massimo Giuseppe Bianchi, ecco il ritratto ricco di contributi e spunti che dell’attore britannico ci dipinge Elisabetta Torselli

Profondo Rosso di Dario Argento ha compiuto quarant’anni, e Massimo Giuseppe Bianchi ce lo ha ricordato  ripercorrendo la storia della famosa colonna sonora dei Goblin. Vogliamo restare nel cerchio di questa suggestione parlando di David Hemmings, che di Profondo Rosso è l’interprete principale nei panni del pianista jazz Marc Daly .

una scena di profondo Rosso

una scena di Profondo Rosso

Quella di David Hemmings è stata una vita artistica estremamente ricca e variegata (per non dire della vita privata: quattro mogli e sei figli), rievocata nell’autobiografia Blow Up… and Other Exaggerations. Una vita chiusa precocemente nel 2003, a sessantadue anni, dalla morte per infarto a Bucarest, sul set di Blessed – Il seme del male, sorta di Rosemary’s Baby del nuovo millennio (ma senza Roman Polanski…), quasi a conferma di un destino che ha visto spesso Hemmings dentro a storie tinte di giallo metafisico, di rosso sangue, di grigio nevrotico, di nero psicotico e di altri inquietanti colori.

Un decennio prima di Profondo Rosso David Hemmings era stato, come sanno tutti gli amanti del cinema, il protagonista dell’epocale Blow Up di Michelangelo Antonioni, da un racconto di Julio Cortázar che vale veramente la pena di leggere, Le bave del diavolo

Blow Up di Michelangelo Antonioni

Blow Up di Michelangelo Antonioni

Ma David Hemmings aveva cominciato precocemente la sua carriera in tutt’altri scenari.

Un salto indietro: alla Biennale Musica di Venezia il 14 settembre del 1954 va in scena The Turn of the Screw, Il Giro di Vite, di Benjamin Britten, dall’omonimo racconto di Henry James. Tutto ruota attorno al ragazzino Miles, che è – forse – in strani e segreti commerci, lui e la sorella Flora, coi fantasmi perversi di due servitori defunti, Quint e miss Jessel, mentre una giovane governante cerca di strapparli a tale fascinazione. Nell’ultima scena la donna ottiene che Miles maledica il fantasma di Quint, ma il cuore del ragazzo cede, e Miles muore.

 

Il ruolo di Quint era naturalmente pensato per il compagno di Britten, il grande tenore Peter Pears. Per Miles, Britten poteva selezionare fra le voci bianche, i giovinetti cresciuti musicalmente nei famosi cori inglesi delle cattedrali, dei collegi e delle cappelle. Benjamin Britten scelse senza esitazioni il dodicenne David, che allora faceva parte della Royal Chapel at Hampton Court, e che si era presentato all’audizione recitando una poesia di Robert Browning e cantando l’aria Where’er you walk da Semele di Haendel

Il Giro di Vite è il lavoro in cui Britten lascia parlare più chiaramente un’ossessione che crea imbarazzo nei suoi biografi e cultori, ma che indubbiamente è alla radice di ciò di cui la sua arte si nutre. Il personaggio maschile giovanissimo e la voce bianca sono al centro di tante partiture di Britten, teatrali, corali, sinfonico-corali, e la continua necessità di giovani cantori richiedeva e propiziava costanti contatti con ragazzini, uno dei quali finì, molti anni dopo, per parlare esplicitamente di abusi sessuali. L’intera vicenda è stata accuratamente ricostruita da John Bridcut in un libro, Brittens’Chidren del 2006, preceduto nel 2004 da un documentario della BBC.

Hemmings in 'Giro di Vite' di Benjamin Britten

Hemmings in ‘Giro di Vite’ di Benjamin Britten, Hulton Archive/Denis De Marney

Nella ricostruzione di Bridcut, fra i “testimoni a discarico” di Britten il più importante fu proprio l’oramai sessantenne David Hemmings. Egli dichiarò che Britten lo amava, “ma come un padre, non come un amante”, così come lui amava profondamente Britten; si definì, quanto a orientamenti personali, “più eterosessuale di Gengis Kahn”; ammise di aver dormito nel letto di Britten una notte che aveva paura a stare da solo; e finì per ricordare il periodo del Giro di Vite come uno dei più belli della sua vita.

Infatti, visto il notevole successo dell’opera, furono molte le riprese in tutta Europa nelle stagioni successive, quasi sempre con Hemmings come Miles. Ma il ragazzino cresceva, e si avvicinava il cambiamento della voce. Nel 1956, durante un Giro di Vite al Théâtre des Champs-Elysées a Parigi, la voce di Hemmings si ruppe. Curiosamente ciò avvenne proprio nell’esecuzione della pagina di Miles più famosa e più risonante delle profonde ambiguità della storia, la sua strana e velata confessione e richiesta di aiuto, Malo”.

La rottura della voce fu anche la rottura dei rapporti artistici con Britten. Ma Hemmings, negli anni successivi, oltre a continuare ad appassionarsi di musica (suonava la chitarra e il pianoforte) e d’arte, trovò spalancate le porte del cinema e della televisione, in ruoli di studentello, di piccolo eroe, di adolescente introverso, di presenza aliena, dal marinaretto di Sink the Bismarck ! (Affondate la Bismarck ! Lewis Gilbert 1960), al giovane tormentato di Painted Smile (Lance Comfort1962), dal sospetto alieno di un episodio della serie televisiva Counterfeit Man (1965) allo strano arciere biondo fratello di Sharon Tate di Eye of Devil (Cerimonia per un delitto, J. Lee Thompson 1967)

Barbarella di Roger Vadim

Barbarella di Roger Vadim

Ma fu soprattutto Blow Up a valorizzarne la bellezza conturbante e un po’ senza tempo, con quello sguardo tutto particolare, che lo avrebbe poi tanto spesso catapultato al centro di storie tenebrose, come protagonista, testimone o cacciatore di misteri. Il suo aspetto lo destinava anche ai film in costume, storici , o fantasy che fossero. Ed ecco il cavaliere della Tavola Rotonda Mordred in Camelot (Joshua Logan 1967), l’ardente capitano di cavalleria di The Charge of the Light Brigade (I seicento di Balaklava, Tony Richardson 1968), il seducente marziano di Barbarella (Roger Vadim 1968),

però, con il tempo, scivolando giù nelle locandine e nei titoli di testa, via via che la sua bellezza perdeva l’impronta giovanile, in ruoli comunque molto ben definiti di poliziotto, di gentiluomo vittoriano e simili, fino ai grandi cammei: Cassio nel Gladiatore di Ridley Scott, Mr. Schermerhorn di Gangs of New York di Martin Scorsese.

 Cassio in Il Gladiatore di Ridley Scott

Cassio in Il Gladiatore di Ridley Scott

Ma quanti avranno riconosciuto in questi cammei il protagonista di Blow Up ? Spesso i divi anglosassoni, invecchiando, riescono a mantenere un loro fascino algido di adolescenti appassiti in raffinati stravizi, pensiamo a Peter O’Toole o a David Bowie. Ciò non è successo a Hemmings, che è invecchiato e basta, come la maggior parte di noi. Qualunque cosa Hemmings provasse per questa trasformazione, le foto di lui sessantenne ce lo mostrano sereno,senza una traccia del tipico, ombroso ritegno degli ex belli. Probabilmente perché sapeva che la sua vita e la sua carriera erano state qualcos’altro, con altre frecce al suo arco, che aveva usato tutte, anche andando incontro a critiche e delusioni. Ma quando Hemmings è morto, i coccodrilli sembravano, con poche eccezioni, ignorare del tutto le tante cose che era stato: il protagonista di uno dei momenti più alti del teatro musicale del Novecento, il vincitore di un Orso d’Argento a Berlino, l’ultimo regista di Marlene Dietrich... ma procediamo con ordine.

 

Intanto la musica, ben oltre l’episodio del Giro di Vite, dal long-playng in studio David Hemmings Happens, registrato nel 1967 a Los Angeles, alla partecipazione a vario titolo a episodi della storia del rock progressive. C’è anche una sfortunata escursione nel mondo del musical, proprio all’epoca di Profondo Rosso, con Hemmings protagonista nel West End di uno dei pochi musical senza successo di Andrew Lloyd Webber, Jeeves, nei panni di un personaggio strano per lui, l’innocuo e scervellato aristocratico inglese Bertie Wooster, regolarmente tolto dai guai dal geniale, austero, forbitissimo maggiordomo Jeeves (Michael Aldridge, con Hemmings nella foto sotto), la creazione più famosa uscita dalla penna fantastica di Pelham Grenville Wodehouse.

Hemmings e Aldridge nelle prove di Jeeves

Hemmings e Aldridge nelle prove di Jeeves, Getty Archive

Uno dei rari reperti sonori di quel musical sfortunato, il valzer Today, ci dimostra quanto meno che Hemmings sapeva ancora cantare.

Altra passione complessivamente sfortunata ma destinata per molti motivi a restare negli annali: la regìa. Un esordio importante con l’Orso d’Argento a Berlino con The 14, imperniato sulla sorte di un gruppo di ragazzini rimasti orfani. E poi la grande impresa di Just a Gigolo (1978), un film di produzione tedesca ricordato soprattutto perché segnò il ritorno agli schermi di David Bowie dopo L’uomo che cadde sulla terra e il congedo niente meno che di Marlene Dietrich  nei panni della tenutaria del raffinato bordello in cui viene ingaggiato, per la gioia di mature dame, l’ex ufficiale prussiano David Bowie, in una Berlino post Grande Guerra affamata e depravata, riecheggiante degli spari fra militanti comunisti oramai sconfitti e nazisti in piena ascesa.

Hemmings sul set di Just a Gigolo con Bowie, Kim Novak e Maria Schell

Hemmings sul set di Just a Gigolo con Bowie, Kim Novak e Maria Schell

Con grandissimo disappunto di Hemmings, il film fu molto criticato – soprattutto per il modo ironico e antieroico in cui trattava un tema storico tragico – nonostante il carisma di Bowie, e quello veramente straordinario della Dietrich, tanto nel suo cammeo che nella celeberrima canzone ( composta nel ’29, pensate un po’, da un italiano, Leonello Casucci, pianista di un’orchestra di tango, famosa soprattutto per il testo tedesco di Julius Brammer, subito tradotto in inglese appunto come Just a Gigolo).

Eppure ci sembra che il film meriti decisamente una rivalutazione, per la cura dell’ambientazione, la solidità dell’impianto narrativo, il cast eccellente che comprende anche Kim Novak, Sidney Rome, Maria Schell, Curd Jurgens, oltre allo stesso Hemmings, e per la bella colonna sonora che rievoca il jazz delle origini e il cabaret berlinese, e vede la partecipazione di gruppi come i Manhattan Transfer e gli ancora poco noti Village People. Riscoprirlo e riguardarlo con la dovuta attenzione ci sembra un omaggio doveroso ad un artista poliedrico e generoso.

Hemmings nel 2004. credits hotflick.net

Hemmings nel 2004. credits hotflick.net

 

La foto di copertina è tratta da Blow Up,  di Michelangelo Antonioni

 

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