Charo Galura, voce dell’inconscio

In occasione dell’uscita del suo EP il 28 aprile, Charo Galura si racconta al nostro Gianmarco Caselli.

- di Gianmarco Caselli – 

In arrivo il 28 aprile il primo EP di Charo Galura, giovane classe 1989 di origini filippine ma fiorentina a tutti gli effetti. La Galura viene da esperienze musicali legate al mondo del blues, ma adesso ha deciso di intraprendere un percorso da solista con una personale ricerca quasi esclusivamente basata sulla propria voce. Il risultato è un insieme di atmosfere oniriche e “spaziali” alle quali le nuove proposte musicali ultimamente sembrano invece poco orientate. Charo Galura ha rilasciato una intervista esclusiva per noi.

L’EP “Life Through Apocalypse” esce il 28 aprile per Jupiter Music, una nuova etichetta americana che si occupa principalmente di musica per il cinema. Uscirà in tutti i digital stores e in copia fisica CD su Amazon e attraverso il sito di Jupiter Music.

Foto di Marco Della Fonte

Foto di Marco Della Fonte

Foto di Marco Della Fonte

Foto di Marco Della Fonte

 

 

 

 

 

 

 

 

Il protagonista della tua musica è la voce che viene utilizzata per la strumentazione generale dei brani, eppure non si tratta di una voce isolata: c’è un accompagnamento per lo più effettuato, anch’esso con la voce. Puoi spiegare come funziona il tuo lavoro?

Sì, la voce è protagonista ma c’è anche qualche strumento in un paio di brani: la chitarra, l’armonica e alcune percussioni. C’è un loop di voci rielaborate elettronicamente che fa da tappeto e sul quale faccio la linea melodica. Armonica e chitarra non sono mai gli strumenti principali, il pezzo rimane in piedi da solo.

Foto di Marco Della Fonte

Foto di Marco Della Fonte

Per quanto possa essere difficile definire il tuo genere, l’album che uscirà si può definire ambient?

Non lo so, mi è difficile dare un’etichetta. Ho chiesto dei pareri, perché effettivamente essere riconducibili ad un genere può aiutare molto a livello commerciale. Mi è stato detto che la mia musica è un incrocio tra il trip hop e il blues; l’armonicista che ha suonato per me in questo disco lo ha definito “a modern ambient blues bliss”. Altri lo definiscono alternative pop o progressive pop, Fulvio Paloscia nel recensire il singolo “Oh Lover” ha usato la definizione “pop enigmatico” che mi piace molto. Comunque io non suono secondo un genere che mi prestabilisco, faccio quello che mi viene da fare.
Perché una scelta del genere? Alla fine tu vieni da altre esperienze più come il blues.

Sì, vengo dal blues, per anni ho suonato blues. Ma la mia musica non è molto lontana dal blues: è diverso da come lo si intende di solito. Il blues nasce come musica vocale degli schiavi neri in America, poi piano piano è venuto l’accompagnamento con chitarra e altri strumenti. Ma anche gli strumenti originariamente riproducono e reinterpretano i suoni della voce, come fosse appunto musica vocale. Oggi invece questo viene spesso dimenticato, si considera lo strumento come mezzo di espressione meramente tecnico del musicista: bisogna far vedere quanto si è bravi, quante note si riescono a fare e quanto veloci siamo, perdendo di vista l’insieme del pezzo, che altro non è che un racconto. In questo senso posso dire di essere vicina al blues: nella semplicità compositiva e nel mio bisogno di cantare delle cose. La chitarra e l’armonica nel mio disco sono solo complementari, arricchiscono il mio racconto, il mio ambiente, non cercano mai di prevalere. Ad esempio in “Oh Lover” l’assolo di chitarra è un discorso compiuto che sembra rispondere a ciò che ho cantato fino a quel punto. Devo dire che Davide Mazzantini, il chitarrista, e Ray Wallen, l’armonicista, hanno fatto un gran bel lavoro. Per quel che riguarda le sonorità più elettroniche sì, questo è un aspetto effettivamente più distante dal blues. Ho voluto utilizzare una loop station e degli effetti alla voce e vedere cosa veniva fuori. In realtà ho anche esperienze con progetti elettronici, electro-jazz ed electro-pop, ed indubbiamente tutto ciò ha influito sul mio modo di fare musica.

 

Foto di Mariangela Della Notte

Foto di Mariangela Della Notte

Foto di Mariangela Della Notte

Foto di Mariangela Della Notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A quale target ti rivolgi? C’è spazio e pubblico per una musica del genere?

Sicuramente è una cosa di nicchia. Mi è stato detto da un produttore che avrebbe visto molto bene una mia esibizione in contesti d’arte contemporanea.

 

Può passare musica del genere nelle radio italiane di oggi?

Non tutti i pezzi del mio EP potrebbero passare alla radio. Sono brani che ci si dovrebbe fermare ad ascoltare più che da mettere sottofondo. Forse il pezzo di lancio è diverso, può essere ascoltato anche in altri contesti. Non dico che la mia musica sia difficile ma non si può neppure ascoltare stirando i panni.

 

I testi dei tuoi brani non sono diretti, hanno una genesi particolare?

I testi sono astratti. Alcuni provengono da una raccolta di racconti brevi che avevo iniziato a scrivere. “Tulip” parla di un gruppo di bambini in tunica bianca che si reca con un tulipano in mano cantando un gospel mentre si dirige verso una piazza. Alla fine del brano si scopre che stanno portando i tulipani sulla tomba di un altro bambino. Il testo è la trascrizione di una mia visione nata da un sogno. In questo brano c’è un altro cantante, una seconda voce che fa il ritornello: l’armonicista Ray Wallen. Ray mi ha detto in seguito che in Olanda insegnano ai ragazzini a portare sulle tombe dei soldati un tulipano, è una cosa suggestiva.

Altri testi sono invece ispirati un po’ alla lettura dell’I Ching, così come l’intero concept del mio lavoro.

 

Quali sono le difficoltà principali che trovi nella promozione del tuo lavoro di musicista?

Promuoversi come musicista è difficile se si parte da zero. Presentarsi dal nulla nell’ambiente della musica indipendente è difficile: è difficile spiegare la propria musica e anche organizzare i concerti. Una musica del genere non si può eseguire in un pub qualunque, ma in situazioni più intime, più raccolte, dove la gente viene e ti sta ad ascoltare. A me piace creare delle atmosfere, soprattutto durante i live: se fossi in un pub con la gente che beve, urla e si aspetta un gruppo rock non funzionerebbe.

Foto di Mariangela Della Notte

Foto di Mariangela Della Notte

Un’altra cosa che mette in difficoltà è la crescita esponenziale di stimoli: l’ambiente musicale è pieno di musicisti che propongono il proprio lavoro, come è giusto che sia, ma questo rende più difficile selezionare i propri ascolti. Forse alla fine spicca quello che riesce a promuoversi in maniera più originale.

 

La traccia di lancio è suggestiva, anche per il video.

Il regista Marco Della Fonte ha deciso tutto: il video sarebbe stato un tributo all’illustratore Steinberg. Mi ha spiegato la sua idea e mi sono stupita che fosse riuscito a entrare così nella mia musica. Ha utilizzato le maschere di Steinberg e ha realizzato una specie di perturbante viaggio dell’inconscio in cui le situazioni “normali” sono al limite dell’incubo. Le maschere si incontrano, bevono vino, cercano di approcciarsi, una scappa da non si sa cosa, altre ballano. Le maschere metaforicamente sono lì come mostri dell’inconscio. Io rivesto diversi ruoli in questo video e questa è una mia scelta: ho un vestito nero con un cappello a mezzaluna, un vestito bianco, mentre in un’altra scena sembra che abbia appena pianto e in un’altra sono circondata dalle maschere. Il costume nero rappresenta una specie di dea della morte, qualcuno mi ha detto che assomiglia all’angelo della morte di Hellboy.

Foto di Mariangela Della Notte e di Marco Della Fonte (per gentile concessione degli autori)

La foto di copertina è di Mariangela Della Notte (per gentile concessione)

 

 

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